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Espressione del disagio femminile nella maternità

Progetto "Mamma, ti ascolto": sostegno psicologico alla madre nel post-parto
Ipotesi metodologia e pratica di un'azione preventiva


La maternità rappresenta per la donna una fase evolutiva di profondo cambiamento.
Con la nascita fisica del bambino, nella donna, prende forma una nuova identità: il senso dell'essere madre.
La nascita, o la rinascita, del "senso dell'essere madre" emerge gradualmente ed è un esperienza interiore intensa, per molti aspetti inaspettata ed ambivalente, come ambivalente è il manifestarsi dell'amore materno caratteristico di questa nuova identità. E' una nascita d'identità graduale, che passa anche attraverso la sofferenza fisica e psicologica dovuta prevalentemente al passaggio a ruoli diversi come ad esempio dal ruolo di figlia a quello di madre o nei confronti del bambino si passa da un ruolo immaginario al bambino reale. In questa fase, la mamma, è investita da profonde ed importanti trasformazioni psicologiche che si riflettono sulla sfera intrapsichica, affettiva, relazionale, cognitiva e sociale.
Diventare madre significa doversi adattare ad enormi cambiamenti dal punto di vista fisico, emotivo sociale e personale: modifica in maniera permanente la vita di una donna.
Si tratta dunque di un cambiamento naturale ma delicato, che va accolto e valorizzato affinché esso diventi un ulteriore tappa nello sviluppo della personalità "sana" della donna del bambino e della coppia.
Una trasformazione naturale che determinerà nella donna pensieri, paure, speranze, fantasie, influenzerà emozioni e azioni.
Può influenzare il senso di competenza materna, la relazione madre-bambino, l'atteggiamento verso l'allattamento.
E' un'esperienza che spesso è destinata a restare chiusa dentro la donna, sullo sfondo, perché si sviluppa in parallelo alla nascita fisica del bambino.
Con la nascita del bambino l'interesse è prevalentemente rivolto al nuovo arrivato e tutte le attenzioni che prima, durante la gravidanza, erano dedicate alla mamma si dirigono ora verso il bambino, lasciando spesso la mamma con un senso reale di mancanza. Il cambiamento di prospettiva che si sposta dalla madre al figlio non è solo esterno è anche e soprattutto interno e profondo: avere un bambino significa perdere una parte di se stessi dire addio alla propria infanzia, assumere una serie di comportamenti legati al nuovo ruolo e molte altre cose.
Dopo il parto spesso la donna si ritrova sola con sé stessa, perché privata di quelle attenzioni alla quale era abituata fino a poche ore prima, ad affrontare una serie di vissuti come il dolore fisico, la stanchezza, le paure, le speranze, le fantasie, emozioni contrastanti, il senso di insicurezza e la solitudine.
E' un'esperienza forte che in alcuni casi può essere destabilizzante e generare un disagio, una sofferenza che non trova le parole giuste, forse perché le parole non trovano l'ascolto giusto.
La letteratura ha scritto molto su questo disagio, definendolo e misurandolo e normalmente le figure professionali che lavorano con il tema della gravidanza e della maternità non si ritrovano sorprese dal fatto che un gran numero di donne abbiano delle difficoltà nell'adattarsi al nuovo ruolo e che si sentano insicure e a volte sopraffatte e disorientate dalle molte richieste e aspettative.
Se da un punto di vista teorico e cognitivo, il disagio viene riconosciuto e trattato come tale , mi domando se da un punto di vista esperienziale alla donna, è riconosciuto lo spazio per esprimere questo disagio.
Ascoltare i racconti delle madri su come si sentono dopo il parto e sui possibili motivi per cui si sentono tristi può essere un intervento contro il disagio emotivo?
Per questo è nato il progetto-ricerca "Mamma, ti ascolto" : sostegno psicologico per le madri che vivono con disagio il periodo iniziale della maternità.
Il counseling psicologico, come intervento psicopedagogico atto a promuovere ed operare più sulla salute che sulla patologia, è un ipotesi di intervento che si propone di prestare attenzione al mondo emotivo della madre, di stimolare l'autodeterminazione, di offrire orientamento e supporto alla donna nel divenire madre, favorendo l'incontro sereno con il proprio bambino Dedicare tempo e sostegno alla scoperta della madre, al suo processo di separazione e di individuazione, significa accettare la madre così com'è, legittimarla nel suo stato conflittuale, valorizzare l'importanza della condivisione ed aiutarla quindi all'incontro con l'altro, primo fra tutti, con il proprio bambino. L'obiettivo generale della consulenza è far sì che la donna riesca a potenziare le proprie risorse e creare le condizioni relazionali ed ambientali che contribuiscano al suo benessere.
Mi piace ricordare che il counseling alla madre è un intervento pensato in sinergia con il sostegno fornito dal personale medico, ostetrico ed infermieristico al bambino e alla relazione madre-bambino.

MODALITA':

Intervento ospedaliero in reparto

L'intervento di sostegno psicologico è stato proposto nel reparto di maternità dell'Ospedale Careggi di Firenze a partire dal 1 febbraio 2004.
Viene svolto in corsia, durante la fascia oraria meno frequentata ( dalle 14;00 alle 16;30),dal secondo giorno di ricovero della madre e consiste in un primo colloquio di sostegno della durata di 40 minuti
E' rivolto a quelle madri che dietro indicazione del personale ostetrico- infermeristico manifestano direttamente o indirettamente disagi emotivi e/o difficoltà nella relazione con il bambino.
L'intervento viene proposto dalla seconda giornata di ricovero per poter sostenere e accompagnare la madre nel momento più delicato che è quello della dimissione dalla struttura ospedaliera quando la madre torna a casa e le possibilità di contatto e confronto con il mondo esterno diminuiscono.
L'idea e quella di creare un aggancio rappresentato da un'esperienza buona, piacevole, di attenzione e "di presa di cura" : "parlarne con te di quello che sto provando mi ha fatto stare bene" racconta una mamma alla fine del primo nostro incontro, alla quale la madre può successivamente tornare realmente o con il pensiero quando sente di provare un disagio e sente di aver bisogno di qualcosa per stare meglio.

FINALITA':

Questo primo intervento in reparto dev'essere considerato all'interno di un percorso integrato con la finalità di favorire un processo di benessere, crescita ed evoluzione personale dell'essere madre che indirizzi a:
1. Promuovere la conoscenza di Sé "nell'essere madre" ;
2. Aumentare l'autostima e rinforzare la fiducia della donna sulla propria competenza materna, sotto l'aspetto relazionale, affettivo e sociale.
3. Acquisire consapevolezza delle proprie motivazioni e aspettative rispetto alla maternità

OBIETTIVI del sostegno psicologico in reparto:

1. Instaurare un rapporto con la neo mamma;
2. favorire il processo di autoconosapevolezza;
3. fornire informazione sul passaggio alla maternità
4. Promuove l'affettività:
  • sperimentare le emozioni
  • individuare ed esprimere agli altri i propri sentimenti;
  • creare un'atmosfera e un messaggio di accettazione comprensione e valorizzazione del disagio in modo da sviluppare un atteggiamento di auto-accoglienza di pensieri, sentimenti e comportamenti anche negativi : "nella maternità si può anche soffrire" 5. Favorire il sentimento di empowerment:
  • potere di fare, potere di essere e soprattutto potere di scegliere?per far sì che la donna riesca a potenziare le proprie risorse per star meglio.

    METODOLOGIA DELL'INTERVENTO

    Il lavoro con le madri ha previsto una metodologia interattiva integrata atta a fornire alla madre la possibilità di sperimentare le emozioni e a individuare ed esprimere agli altri i propri sentimenti, bisogni e desideri.
    Usare le tecniche di ascolto attivo di Rogers crea un'atmosfera produttiva e facilita la relazione:
  • riassumere quello che è stato detto
  • rielaborarlo
  • dare un nome ai sentimenti aiuta la madre a sentirsi compresa.
    Ho visto che nell'incontro con la madre è molto importante per la relazione chiedere il nome del bambino e mostrare autentico interesse nei suoi confronti.
    L'ascolto attivo viene utilizzato all'interno di un colloquio semi strutturato dove si vanno a toccare le seguenti aree:
  • presentazione reciproca (compresa presentazione del bambino)
  • esperienza gravidanza
  • esperienza parto
  • esperienze dei primi giorni di maternità
  • Indagini sulle aspettative
  • Responsabilità percepite e reali (allattamento)
  • Rete di sostegno
  • Informazioni teoriche sul passaggio alla maternità
  • Feedback sul colloquio

    Il colloquio semi strutturato viene concepito come uno strumento estremamente flessibile in modo da prendere la forma che meglio si adatta alla modalità espressiva della madre, alcune madri hanno parlato spontaneamente della tristezza che stanno provando e la struttura del colloquio ha seguito il bisogno della madre ricordandosi sempre che è uno strumento per dar voce al disagio della donna.

    CAMPIONE:

    Il campione e' costituito da 62 madri che hanno manifestano durante la degenza in reparto disagi emotivi (pianto, ansia, irritabilità, tristezza, aggressività) e/o difficoltà nella relazione con il bambino (allattamento al seno, risposta al pianto del bambino, cambio pannolino)
    Le madri sono state indicate come segue:
  • personale ostetrico- infermieristico (39 casi)
  • volontariamente 6 casi ( "scusi posso parlare un po' con lei?" , "Dato che è qui posso chiederle cosa devo fare per ??)
  • visione diretta in corsia ( 17 casi)

    L'Età media del campione è di 34 anni

    Il 70% del campione di mamme è al primo parto, il 19% al secondo, il 7% al terzo parto ed un 4% ha avuto un parto gemellare.

    ASPETTI EMERSI DAI RACCONTI DELLE MAMME:

    Emozioni "scomode"
    Tra le emozioni che procurano disagio raccontate spontaneamente dalle madri troviamo:
  • Sentimento di inutilità ed impotenza espresso dal 16% delle madri e la frase maggiormente ripetuta era "Mi sento impotente, non posso fare niente per?"
  • Voglia di piangere dichiarato dal 22% delle madri : "E' da stamattina che ho voglia di piangere e mi trattengo, lo faccio per lui il mio bambino"
  • Senso di colpa espresso dal 29%. E' un senso di colpa che le mamme dicono di provare essenzialmente rispetto a due categorie:
  • A come hanno vissuto la gravidanza "la mia bambina non voleva nascere hanno dovuto fare un cesario e mi sento in colpa perchè penso che abbia sentito che non era desiderata"
  • La relazione con l'altro figlio " mi dispiace, ho paura di fargli mancare qualcosa " , "Ho pianto quando l'ho sentito al telefono e mi ha chiesto se gli voglio bene"
  • Ansia Il 45% delle mamme dichiara di provare ansia rispetto alla capacità di riuscire ad allattare al seno. Nutrire il proprio bambino è una delle prime responsabilità richieste alla madre.
  • Irritabilità, sbalzi emotivi, aggressività espresso dal 5% " Sono aggressiva con mio marito, mi irrita perché lo vedo che non sa cosa fare"
  • Preoccupazioni rispetto alla propria salute 5 % "Se mi succede qualcosa come farà mia figlia?"
  • Difficoltà nel prendere decisioni 3% "Non so cosa fare: mi domando in continuazione farò bene, farò male?"
  • Senso di disperazione dichiarato da una mamma
  • Senso di isolamento il 5% afferma di non sentirsi più al centro dell'attenzione e di soffrire per questo secondo piano. Una mamma mi racconta: "Da quando è nato il mio bambino sento che non c'è più interesse nei miei confronti e io mi domando ma se sono sempre la stessa persona cosa è cambiato?".
  • Tristezza espresso dal 19% delle mamme. A volte il parto richiama alla memoria perdite del passato, quattro su sei di queste mamme mi hanno parlato di lutti (non elaborati) relativi a gravidanze precedenti o legatI alle figure genitoriali. Una madre mi racconta " sono arrabbiata con mio padre (il padre è morto sei mesi prima) perché mi ha preso in giro , non ha voluto aspettare e vedere mio figlio"caso concreto
  • Disorientamento 5%. "E'uno sconvolgimento della vita. Difficile da pianificare"
  • Paura 9% relativa al nuovo ruolo e si domandano " Saprò fare la mamma?"
  • Sfiducia 16%, dichiara di provare un senso di fallimento relativo al parto. Cinque mamme mi hanno parlato della grande delusione che provano rispetto al parto a come è andato e che le fa sentire fallite. "Non sono stata brava", "Non ho parlato del parto con nessuno, con Lei è la prima volta. Non parlo con le altre mamme e non chiedo perché non voglio che chiedano a me ", " "Ha visto come è andata a finire, non ce l'ho fatta?"
  • Inadeguatezza sei mamme mi hanno raccontato di sentirsi inadeguate: "mi sento una stupida", "Mi sento un mostro".

    Feedback del colloquio
    Una delle domande conclusive del colloquio è la seguente:
    "Fino ad oggi avete mai parlato con qualcuno di come vi state sentendo?"
    Il 52% delle mamme mi ha risposto no, "No sto parlando di queste cose con lei per la prima volta";
    25% si con la madre;
    14% si con il marito
    9% si con una amica

    CONCLUSIONI

    Questo lavoro rappresenta un intervento in via di sperimentazione che permette di fotografare la maternità dalla prospettiva della mamma utilizzando il filtro emotivo.
    In questa fase di "lavori in corso" dove è previsto anche l'utilizzo dell'EDPS Edinburgh Postnatal Depression Scale questionario di autovalutazione per lo screening della depressione postatale da somministrare entro i sei mesi dalla data del parto, non sarebbe corretto trarre delle conclusioni.
    Mi piacerebbe invece promuovere delle riflessioni su un disagio femminile che viene percepito ma troppo spesso negato perché arriva quando tutti, compresa la madre, si aspettano felicità.

    "Da fuori guardando dentro vedi un sorriso, e tutto va bene
    Però se osservi un po' più da vicino
    Scopri il dolore in cui vivo"

    Ascolto
    (poesia di una mamma)

    Bibliografia di riferimento

    Mucchielli Apprendere il Counseling CE Erickson
    Murgatroy Il counseling nella relazione di aiuto
    May L'arte del Conseling CE Astrolabio
    Stern Il mondo interpersonale del bambino CE Mondadori
    Stern Nascita di una madre CE Mondadori
    Ammaniti Crescere con i figli CE Mondadori
    Vegetti Finzi A piccoli passi CE Mondadori
    La leche league International L'arte dell'allattamento materno
    GiustiI Ianazzo Psicoterapie integrate. Piani di trattamento per terapeuti a breve, medio, lungo termine CE Masson
    Fiona Marshall Mamma in blu CE TEA
    Alba Marcololini Passaggi di vita CE Mondadori
    J. Milgrom P.R. Martin L. Negri Depressione Postnatale CE Erickson
    Jeremy Holmes La Teoria dell'attaccamento
    Bowlby Una base sicura

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    Il Ruolo della Formazione per gli Operatori dei Servizi nel Settore del Disagio Femminile

    Se riflettiamo sull'evoluzione che ha segnato in diverse fasi il conflitto fra la ri-scoperta della soggettività femminile da una parte, e la necessità di imporsi attraverso dinamiche e comportamenti competitivi fra i sessi dall'altra, si pone il bisogno di ri-definire sia sul piano socio-culturale e politico, sia sul piano psicologico, la trasversalità di interventi formativi finalizzati alla valorizzazione della relazione paritaria fra maschile e femminile, in cui sono le individualità ad essere protagoniste del cambiamento.
    La formazione di genere si orienta sugli specifici bisogni del maschile e del femminile; mira a sostenere le donne e gli uomini nella comprensione delle strette connessioni tra gli imperativi della socializzazione di genere e i comportamenti problematici.
    Affrontare il tema della formazione di genere oggi, vuol dire prendere in considerazione tre aspetti distinti della cultura di genere:

    1. il primo è la formazione trasversale che prevede l'inserimento del sapere di genere in tutti gli ambiti formativi intrapresi dall'operatore
    2. il secondo è una formazione specifica rivolta all'operatore che lavora nell'ambito dei servizi specialistici per donne in difficoltà
    3. e il terzo è la formazione finalizzata all'inserimento lavorativo e alla professionalizzazione delle donne

    Nel primo caso, possiamo riferirci a tutti quegli ambiti che finalizzano la formazione di figure professionali che operano all'interno dei servizi supportivi e dove il lavoro è rivolto a donne e uomini in condizioni di disagio.
    Si può parlare di trasversalità quando è prevista l'integrazione di moduli formativi che tengono conto delle differenze di genere. Concretamente, se la conoscenza dell'operatore in formazione è diretta, oltre che a quegli strumenti e alle metodologie generiche finalizzate al superamento delle difficoltà contingenti o strutturali, alla conoscenza e alla valorizzazione delle differenze di genere, il percorso evolutivo dell'utente si sostanzia delle risorse specifiche che caratterizzano un genere rispetto all'altro, potendo entrambi beneficiare sia delle proprie che delle altrui potenzialità.
    Dare spessore e realizzabilità a tale finalità, per l'operatore vuol dire avere chiaro che parlare di differenza fra gli esseri umani, è consapevolizzare l'assunto che la prima scoperta della diversità che il bambino o la bambina affronta, è proprio quella della differenza di genere, e attraverso la conoscenza di tale diversità, diventa possibile riconoscere la complessità della propria e altrui identità.
    L'operatore, dunque, affronta nel percorso formativo, un nuovo modo di leggere il disagio, integrando e arricchendo i suoi strumenti operativi, finalizzando gli obiettivi del cambiamento verso percorsi specifici, in cui l'utente può più facilmente riconoscersi, agevolando in tal modo in esso la costruzione di un'identità ben definita.
    Per concretizzare tale obiettivo una formazione qualificata DEVE prevedere un serio lavoro di presa di coscienza dell'operatore sulle tematiche di genere, sui propri blocchi sulle proprie difficoltà o le resistenze, ad affrontarle. Riconoscere il bisogno e la specificità dell'altro è possibile solo se si è capace di ri-conoscersi nell'altro, empatizzare attraverso un gioco di similitudini e differenze, vissute come ricchezza.

    Il secondo ambito, quello della formazione specifica, comprende sia il lavoro con i gruppi di donne, sia il rapporto uno a uno, dunque la relazione tra la donna e il o la professionista.
    Nel primo caso la formazione può riguardare i gruppi di evoluzione e crescita personale, gruppi di riflessione, di confronto, di mutuo-aiuto, che derivano prevalentemente dalla tradizionale pratica femminista del partire da sé.
    In tali gruppi una donna cerca la risonanza di sé nell'autenticità di un'altra donna, perchè capisce che il suo unico modo di ri-trovare se stessa è nella similitudine con l'altra; si tratta di un processo di auto-consapevolezza di sé.
    La gestione di un gruppo da parte di uno psicologo, un counselor, o un operatore sociale formato in questa direzione, presuppone una conoscenza di tutte quelle variabili che caratterizzano la costruzione dell'identità femminile (la sessualità, lo sviluppo psico-corporeo, la difficoltà di espressione di sé, il senso di vuoto e il bisogno dell'accettazione dell'altro per riconoscersi come soggetto di valore - che spesso corrisponde alla dipendenza dall'uomo -, la consapevolezza di essere un sesso diverso, non subordinato, nè assimilabile al maschile, ma anche del disordine dei rapporti con le altre donne, soprattutto nella relazione con la madre.
    Mi soffermo sulla tematica della dipendenza affettiva perché rappresenta oggi un problema molto diffuso fra le donne.
    Il sentito pericolo della fusione, della dipendenza, del riconoscersi come soggetto di valore solo attraverso l'accettazione dell'altro, ostacola l'incontro o ne determina una qualità fondata sulla distanza e su una diversa attribuzione di valore del soggetto considerato socialmente più o meno forte, e impedisce di accogliere l'altro in uno spazio vitale pieno; mentre l'incontro fra l'identità maschile e femminile diviene un'opportunità migliorativa se posto come autentico e dove l'autenticità corrisponde al rispetto e alla valorizzazione delle differenze.
    In questo senso l'emancipazione femminile deve accompagnarsi a un'evoluzione individuale, e questo diviene realizzabile attraverso il supporto dell'operatore che interviene sia sugli aspetti storico-sociali del cambiamento dei ruoli di genere, sia sulla consapevolezza del presente, del , della valorizzazione dell'attimo vissuto pienamente come concretizzazione di un sentire che riconosce il bisogno e il desiderio autentico della donna.
    La conoscenza di questi aspetti è essenziale anche nella seconda ipotesi di formazione specialistica con le donne, il rapporto uno a uno. Mi soffermerò sul lavoro terapeutico ma voglio sottolineare l'importanza di altre figure professionali che operano con il disagio femminile e che necessitano alla stessa stregua di una formazione di genere, mi riferisco alla figura del medico, dell'avvocato, del mediatore familiare o di altre figure che affrontano più o meno direttamente il disagio delle donne.
    Nel lavoro terapeutico un primo approccio di genere, dopo aver costruito una buona alleanza terapeutica, è il riconoscimento e la legittimizzazione della storia intergenerazionale della donna, con tutte le eredità acquisite e trasmesse nelle relazioni personali.
    Oliver Sacks diceva che . Qui è il vissuto legato alla storia a dare un senso alla propria identità, non la storia in sé.
    Uno strumento molto efficace che permette un processo immediato di presa di coscienza delle peculiarità dell'identità femminile e di come esse influenzano la storia personale è il genogramma di genere:
    Il genogramma è uno strumento utilizzato prevalentemente nella terapia sistemico-relazionale, che determina non solo il rapporto fra gli individui che costituiscono la famiglia, ma il ruolo che essi rivestono all'interno di un sistema sociale in cui la famiglia è inserita. L'assunzione di un ruolo denota il grado di integrazione nella società e i singoli modelli assunti definiscono comportamenti auspicabili, permessi o proibiti, riguardanti la persona che li assume. E' chiaro, dunque, come un'analisi genealogica di tali aspetti investe la persona in interrogativi riguardanti il grado di accettazione di Sé e della sua storia personale.
    In questa ottica il Ruolo di genere si definisce come uno specchio in cui vedere il proprio dovere essere.
    Lo specchio di una donna è spesso la catena intergenerazionale trasmessa di madre in figlia e l'essere come la madre o come le madri che hanno determinato un albero genealogico, è spesso accompagnato a un'assenza di motivazioni, a un implicito e inspiegato imperativo. Il potere della narrazione, e con essa l'antropologia e la storia delle donne, permette di avvicinarci a ciò che è specifico del discorso psichico e dell'incontro tra le identità.
    Il genogramma per la donna rappresenta una possibilità di consapevolizzare i confini reali tra le storie generazionali e tracciare i confini ideali con le figure parentali femminili per poter poi trovare una identità personale scelta liberamente e soprattutto una pacificazione con ciò che la donna ha ereditato. Nel genogramma è possibile individuare quanto i comportamenti delle persone siano direttamente in relazione con il contesto culturale e con gli eventi storici che quelle persone hanno vissuto.
    Il genogramma di genere apre la possibilità di dialogo con le figure femminili del proprio albero di vita e non il conflitto con esse, è un raccontarsi e narrarsi, osservandosi da fuori e da dentro.
    Il bisogno narrativo delle donne, la necessità di raccontarsi è spesso associata al bisogno di vedere nell'ascolto dell'altro un riflesso della propria storia, una legittimazione a esistere attraverso gli occhi di chi si ha di fronte.
    Potendo vivere questo scambio con il supporto di un operatore, la donna sperimenta l'accettazione attraverso un gioco dello specchio che esula dalle dinamiche affettive e dall'invischiamento che può sentire con il partner o la madre o altre figure significative della sua vita, pur costruendo una relazione significativa con l'operatore o l'operatrice che offre accettazione incondizionata e professionalità.
    Perché si possa verificare tale processo, la formazione dell'operatore deve necessariamente passare attraverso un lavoro auto-esplorativo della sua condizione, delle proprie specificità di genere. Questo corrisponde a una crescita della consapevolezza dell'essere donna o uomo in una società che pone ancora delle rigide categorizzazioni di genere.
    Nell'operatività di un intervento teso a prevenire il disagio femminile e promuovere il benessere, l'ascolto dell'operatore corrisponde alla capacità di accogliere la narrazione della storia della donna considerando sia l'aspetto culturale della storia delle donne, sia le caratteristiche della genealogia femminile trasmesse alla singola donna, con l'intento concreto di individuare consapevolmente i bisogni e i desideri che quella donna vuole esprimere.
    L'intervento di genere, dunque la formazione di genere, integra la conoscenza e la capacità dell'operatore, di leggere la storia del genere, della genealogia femminile e quella personale della donna.

    Il terzo ambito, quello della formazione finalizzata all'inserimento delle donne nel mercato del lavoro, si struttura a partire dalle politiche europee di promozione delle Pari Opportunità.
    Entriamo nello specifico del tema e vediamo una definizione del genere dal glossario ISFOL sulle Pari Opportunità:
    "Il genere si riferisce ai ruoli costituiti socialmente ascrivibili ai maschi e alle femmine, appresi, si modificano nel tempo e nelle culture. Le questioni di genere sono connesse a ciò che uomini e donne fanno e con il modo in cui i ruoli socialmente definiti li avvantaggiano o li danneggiano." La formazione in un'ottica di genere, finalizzata alla professionalizzazione delle donne, è una formazione che indirizza l'operato verso un miglioramento della qualità lavorativa perché tende a valorizzare le differenze e a recuperare quelle competenze prettamente femminili, integrandole con modalità lavorative tipicamente maschili che hanno dominato storicamente gli ambiti professionali.
    Attraverso l'osservazione dei processi di femminilizzazione degli ambiti lavorativi, si è potuto osservare un radicale miglioramento della qualità dei rapporti professionali, negli ambiti in cui è stato possibile attuare politiche di Pari Opportunità, cioè dove le competenze femminili hanno avuto uno spazio reale e concreto di espressione.
    L'investimento economico e le politiche dell'Unione Europea in questa direzione hanno permesso la creazione di numerosi percorsi formativi finalizzati ad osservare, analizzare ed intervenire sugli elementi sottili e apparentemente in-visibili che facilitano o impediscono alle soggettività femminili di esprimere le proprie risorse, competenze e professionalità.
    La codificazione del come vengono percepiti tali meccanismi, presuppone la conoscenza dei processi, delle fasi e degli effetti che contribuiscono a facilitare o ostacolare l'inserimento o la crescita professionale delle donne.
    E a questo proposito, un ruolo importante assumono oggi le politiche di Mainstreaming di genere.
    I numerosi Master universitari o i percorsi formativi promossi dal Fondo Sociale Europeo sulle culture femminili e sulle Pari Opportunità, denotano un interesse reale all'integrazione delle competenze femminili nei settori professionali.
    Nello specifico, una definizione riconosciuta di mainstreaming di genere è: la "Collocazione centrale dal punto di vista della differenza di genere nell'ambito di un'azione di governo. Integrazione sistematica di esigenze femminili e maschili nelle diverse situazioni per ottenere la piena uguaglianza, tenendo conto del diverso impatto ed approccio che donne e uomini hanno nell'ambiente lavorativo."
    Nell'ultimo decennio anche in Italia si è consolidata la consapevolezza che i saperi e le competenze che le donne sono in grado di portare nei diversi ambiti professionali, giovino allo sviluppo della società e dell'economia.
    E la risposta a questo è stata una diffusa introduzione di politiche di promozione delle pari opportunità attraverso il sostegno di interventi, progetti e azioni positive introdotte dall'Unione Europea prima, e dagli Enti locali successivamente.
    Quando si parla di Azioni Positive, ci si riferisce alle Misure studiate per gruppi specifici, mirate e finalizzate ad eliminare o prevenire ogni discriminazione o a compensare gli svantaggi derivanti da atteggiamenti, comportamenti e strutture esistenti.
    A livello europeo, infatti, l'attuale periodo legislativo e normativo coincide con l'introduzione di un nuovo metodo di lavoro fra gli stati, di tipo flessibile e differenziato. Questa dovrebbe essere l'alternativa a un metodo basato sull'adozione di standard minimi uniformi e uniformanti e su norme vincolanti prive di potenzialità nel riconoscere le risorse differenti che provengono dai generi. E' un processo in cui modelli diversi e politiche nazionali si coordinano attraverso l'adozione di linee di orientamento comuni.
    Analizzare la presenza di un'ottica di genere all'interno dei servizi nelle scelte strategiche delle organizzazioni in generale, è un primo passo per sensibilizzare le organizzazioni, avviando lo sviluppo di specifiche metodologie di analisi e valutazione dei percorsi formativi. L'intento è quello di incorporare la dimensione delle pari opportunità nel complesso delle azioni e delle politiche di intervento, nella formazione di operatori che si occupano di orientamento professionale delle donne, e di influenzare globalmente le strategie connesse alla crescita dell'occupazione femminile.
    Attorno alle azioni positive si è sviluppata una metodologia di intervento finalizzata al superamento degli ostacoli che incontrano le donne nell'inserimento professionale; in questo senso la formazione prevede interventi che vanno nella direzione del rinforzamento dell'autostima, nel potenziamento dell'empowerment, nel bilancio delle competenze e di tutti quegli aspetti che permettono alla donna di recuperare la consapevolezza di .
    Ma se a livello quantitativo sono stati raggiunti molti risultati, a livello qualitativo la formazione degli operatori trova ancora molti ostacoli nell'affrontare quelle barriere in-visibili che ostacolano le donne nell'espressione delle competenze di genere. Le barriere in-visibili sono quell'insieme di fattori culturali che segnano una estraneità fra valori ed esperienze di vita vissute diversamente a seconda del genere.
    Le barriere in-visibili subentrano in quegli ambiti sociali e lavorativi in cui le donne si sentono estranee perché costrette a rappresentare l'altro da sé, ovvero un modello sociale costruito ancora su comportamenti maschili, l'esaltazione degli attributi di forza, competizione e rivalità. Sono quegli atteggiamenti e mentalità tradizionali che frenano le donne nell'accessibilità alle risorse e allo sviluppo impedendone la piena partecipazione alla società.
    Per superare tali ostacoli, anche in questo ambito la formazione dell'operatore che orienta e accompagna la donna nell'inserimento lavorativo deve prevedere la conoscenza di aspetti sociali, culturali e personali che possono impedire un'autentica espressione di Sé. Vorrei concludere evidenziano l'importanza della trasversalità della formazione di genere e centrare l'attenzione sugli aspetti complessivi che ogni percorso formativo deve integrare per intervenire in un'ottica globalistica nel benessere delle donne e dunque nel superamento del disagio tipicamente femminile:
  • la prevenzione e la promozione
  • l'attenzione al contesto sociale
  • l'attenzione alle caratteristiche personali
  • la capacità di ascolto
  • l'empatia
  • l'individuazione e la valorizzazione delle risorse e delle differenze
  • il potenziamento dell'empowerment
    sono aspetti essenziali che accompagnano un'evoluzione positiva dell'autodeterminazione delle donne.

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    Depressione e differenze di genere

    Depressione

    La depressione è un disturbo dell?umore caratterizzato da uno stato di tristezza persistente, con tendenza al panto, ed una notevole perdita del sorriso, una diminuita vitalità, un?incapacità a prendere decisioni come un tempo. Il soggetto depresso lamenta la mancanza di desiderio di qualsiasi tipo di attività e spesso ogni iniziativa è accompagnata da un forte stato ansioso; ha difficoltà a concentrarsi e a svolgere quelle occupazioni che precedentemente rientravano nella quotidianità: qualsiasi tipo di impegno costa fatica. Allo stesso tempo si manifestano difficoltà a mantenere vivi i legami affettivi esistenti.
    Nonostante il 20/26% delle donne e l?8/12% degli uomini esperisca un episodio depressivo almeno una volta nella vita, spesso non ve ne è consapevolezza. E fatto ancor più grave è che, molte volte, non ne hanno persino i medici. Il mancato riconoscimento del disturbo da parte del soggetto depresso corrisponde maggiormente ad una sua negazione, in quanto egli si sente ?anormale? e quindi considera umiliante mettere a conoscenza gli altri di questo stato di cose.
    Il decorso della malattia a livello clinico generalmente comprende l?aggravarsi progressivo dei sintomi fino al raggiungimento della condizione patologica più grave e, successivamente, il graduale e costante regredire degli stessi; sono probabili ricadute e tra un attacco e quello successivo non si segnala presenza di sintomi.
    La depressione è stata da sempre studiata ed approfondita e negli ultimi decenni dello scorso secolo si è diffusa in modo molto più intenso, tanto da far prevedere, come riferisce Robert T. Rubin nello scritto ?Depression and Manic-Depressive Illness? presente nell?Enciclopedia dello Stress del 2000, che entro venticinque anni circa questo disturbo diventerà il secondo più invalidante con una piccola percentuale al di sotto delle malattie cardiovascolari.

    Sintomi della depressione
    SINTOMI EMOTIVI:
    1) disforia, uno stato di tristezza, di abbassamento dell?umore, vissuto come un senso di oppressione, associato a stanchezza, mancanza di speranza, perdita di senso e di coraggio;
    2) diminuzione del livello di autostima;
    3) sentimenti di vergogna e di colpa.

    SINTOMI VEGETATIVI E FISICI:
    1) disturbi del sonno e dell?appetito;
    2) disturbi della sessualità;
    3) suscettibilità alla fatica;
    4) rallentamento o agitazione psicomotoria, più tipico il primo;
    5) anedonia, intesa come diminuita capacità di provare piacere per qualsiasi tipo di attività.

    SINTOMI COGNITIVI: perdita di interesse, problemi di memoria e concentrazione.

    ALTRI SINTOMI:
    1) ideazioni suicidarie;
    2) sintomi psicotici (allucinazioni e deliri) che non sono caratteristici in maniera specifica della depressione e che, se compaiono, di solito sono segno di depressione grave.

    Depressione e differenze di genere

    In riferimento alla depressione, si può parlare di differenze di genere, evidenziabili attraverso i dati epidemiologici riguardanti questo disturbo psichico. Si tratta, tuttavia, di una realtà non più semplicemente attribuibile alle variazioni ormonali femminili che, per lungo tempo, sono state considerate come primo elemento causale e di rischio della depressione femminile e della sua prevalenza rispetto agli uomini.

    Dati epidemiologici e statistici

    La prevalenza della diffusione della depressione nel sesso femminile emerge da diversi studi epidemiologici che evidenziano come il rapporto tra donne e uomini sia pari quasi al doppio per le prime rispetto ai secondi. Più in particolare, il World Health Report del 1999 evidenzia che, se si considera la fascia di età compresa tra i 15 ed i 44 anni, nei paesi ad alto reddito, la depressione è al primo posto come causa di carico di malattia per le donne ed al terzo per gli uomini, mentre al di là della fascia di età, la depressione risulta essere sempre al primo posto per le donne ed al quinto per gli uomini. Per quanto concerne il suicidio, nel sesso femminile si verifica un maggior numero di tentativi di suicidio, mentre in quello maschile un maggior numero di suicidi portati a termine. I dati dell?Istituto Superiore di Sanità confermano quelli dell?OMS per quanto riguarda la realtà italiana.
    Esiste una differenza tra i due sessi per ciò che riguarda l?età di insorgenza: tra le donne si evidenzia un aumento dell?incidenza durante l?adolescenza con delle punte massime intorno ai 35-44 anni, per poi verificarsi una graduale e progressiva decrescita, mentre tra gli uomini la curva di incidenza decresce dall?età giovanile in poi.
    Inoltre, per quanto si riferisce al decorso, l?aumento dell?età, tra le donne corrisponde ad un aumento della durata degli episodi, con un incremento della cronicità, mentre tra gli uomini ad un aumento del numero di episodi, non necessariamente accompagnato da un incremento della durata.
    In generale, si può affermare che, mentre le donne soffrano di depressione nell?arco di vita tra i 15 ed i 44 anni, gli uomini sono soggetti a questo disturbo più particolarmente al momento dell?adolescenza e del pensionamento.
    A livello sintomatologico, nel sesso femminile prevalgono sintomi ansiosi, insonnia, aumento dell?appetito, somatizzazione; mentre tristezza, sensi di colpa e difficoltà alla concentrazione sono ugualmente presenti tra i due sessi. Tra le donne, inoltre, la depressione si presenta spesso associata con altri disturbi, in particolar modo con disturbi d?ansia, quali ansia generalizzata, panico, agorafobia.
    Si comprende, a questo punto, come l?essere donna venga considerato come un fattore di rischio per la depressione insieme con:
    1) età compresa tra i 35 ed i 45 anni;
    2) storia familiare di depressione e alcoolismo;
    3) esperienze infantili in ambiente familiare negativo;
    4) recenti eventi negativi;
    5) parto nei sei mesi precedenti.
    In ogni caso, occorre sottolineare che, tendenzialmente, può ammalarsi di depressione la donna di qualsiasi età, razza, gruppo sociale, economico, culturale.

    Particolari categorie a rischio

    1) donne appartenenti a minoranze etniche, aventi bassi livelli di istruzione e di reddito, dunque appartenenti ad una bassa classe sociale e, di conseguenza, con minori possobilità di essere assistite da un punto di vista terapeutico;
    2) donne che vivono in povertà, nell?impossibilità di mutare le proprie condizioni di vita e di trovare un eventuale sostegno terapeutico;
    3) donne lesbiche, la cui depressione è causata, in genere, dalle discriminazioni subite, dalla necessità di nascondere la propria condizione, dalla doppia identità che sono costrette ad assumere nella vita sociale;
    4) donne affette da disturbi dell?alimentazione, quali anoressia o bulimia;
    5) donne consumatrici di alcool e droghe;
    6) donne professioniste. Nonostante i vantaggi derivanti dal livello di istruzione, dal buon reddito e dall?elevato status sociale, queste donne vanno incontro a depressione a causa delle difficoltà a mantenere lo status raggiunto, del gran numero di fattori stressanti da affrontare, del rifiuto da parte degli uomini a causa della loro posizione sociale;
    7) donne vittime di violenze, che spesso hanno rimosso, più o meno coscientemente l?accaduto e che, comunque, tendono a parlarne difficilmente. Ne consegue anche una certa difficoltà di intervento;
    8) donne che sacrificano se stesse per salvaguardare l?armonia di un rapporto, determinando il proprio autoannullamento, processo che inizia nella famiglia d?origine per continuare nelle relazioni con gli uomini.

    Fattori causali e di rischio

    Nella letteratura, i fattori causali e di rischio della depressione nelle donne che sono stati e sono considerati alla base delle differenze di genere, secondo le informazioni fornite dall?OMS, sono i seguenti:
    1) fattori genetici;
    2) fattori ormonali;
    3) modelli sociali;
    4) modelli di sviluppo;
    5) modelli di ruolo sessuale;
    6) violenza sessuale.
    Fattori genetici. Non è chiara la modalità di trasmissione dei disturbi psichici, anche se è evidente un?influenza genetica.
    Fattori ormonali. Possono essere riferiti a:
    1) pubertà: esistono delle differenze di genere comportamentali e di personalità che rendono le donne maggiormente predisposte nei confronti della depressione, a partire da quanto si verifica precedentemente alla prima adolescenza per poi proseguire con l?adolescenza e con il divenire donna adulta;
    2) ciclo mestruale: non c?è la dimostrazione di una correlazione tra depressione e ciclo mestruale, per cui il relativo cambiamento ormonale possa addiritttura determinare gravi modifiche dell?umore;
    3) post-partum: la comparsa della depressione in questo periodo è molto limitata;
    4) menopausa: non è associata ad un aumento della depressione ed in più le differenze di genere diminuiscono con l?età.
    Modelli sociali. Studi condotti da diversi autori hanno evidenziato che le donne esperiscono un maggior numero di eventi minacciosi rispetto agli uomini (Kessler e McLeod, 1984; Bebbington e al., 1988) e che tendono a vivere più spesso tali eventi come distruttivi (Wilhelm e Parker, 1993). In questo tipo di vissuto ha una fondamentale influenza il contesto culturale che, con le differenze sociali di ruolo crea delle aspettative rispetto ai ruoli stessi e, in questo modo, influisce sul rischio di depressione.
    Modelli di sviluppo. L?ambiente familiare influenza la costruzione dell?identità nei figli, tendendo i genitori a favorire comportamenti dipendenti e passivi nelle figlie ed indipendenti e attivi nei figli, confermando lo stereotipo culturale di un uomo competente e fiducioso e quello di una donna dipendente e bisognosa di aiuto (Ruble e al. 1993). Si determina così nelle giovani una maggiore preoccupazione nella valutazione di sé rispetto anche al piacere agli altri. Quanto più elevate sono queste preoccupazioni, tanto più facile è la probabilità di non corrispondere allo standard prefissato e di vivere un?esperienza di fallimento, tutti elementi precursori di depressione.
    Modelli di ruolo sessuale. L?influenza del ruolo sessuale è stato approfondito attraverso lo studio del matrimonio e della cura dei figli. L?aumento del tasso di depressione nelle donne può essere spiegato in virtù dell?aumento di tale tasso nelle donne sposate con, al contrario, un effetto protettivo del matrimonio negli uomini (Weissman e Klerman, 1977). Brown (1975) ha rilevato che le donne sposate appartenenti alle classe lavoratrice, con tre o più figli al di sotto dei quattordici anni, presentavano un tasso più alto di depressione. Il lavoro familiare, quindi, appare essere una forte fonte di stress. D?altro canto, soffrono di depressione sia le donne che svolgono la propria attività soltanto in casa, sia quelle che svolgono un lavoro fuori dalle mura domestiche. Come evidenzia Myrna Wissman (1987), nel primo caso è la scarsità di fonti di gratificazione a predisporre alla depressione, visto che nell?ambito della famiglia l?autostima si alimenta solo sulla base dell?identità di moglie e madre; mentre nel secondo è la doppia personalità da attivare, quella materna e passiva in casa e quella efficiente e aggressiva in ufficio, a predisporre alla depressione con l?esperienza di un grande sovraccarico di impegni e con il vissuto di un forte conflitto di ruolo.
    Nel caso del lavoro al di fuori delle mura domestiche, è da porre in rilievo il legame tra stress, depressione e mobbing, di cui il sesso femminile è vittima in misura maggiore rispetto a quello maschile.
    Violenza sessuale. In tutte le donne che hanno subito violenza è presente un?alta percentuale di disturbi psichici, in particolare di depressione, con un valore predittivo della gravità dei sintomi sulla base della gravità e della durata dell?esposizione alla violenza, con un tasso di depressione da tre a quattro volte più alto nelle donne abusate nell?infanzia o sottoposte ad abuso o maltrattamenti da parte del partner durante la vita adulta.
    Più in generale, la percentuale delle donne che subisce violenza, sia psicologica sia fisica o sessuale, nella vita adulta da parte del partner o dell?ex-partner corrisponde a circa il 25/30% delle donne nei paesi industrializzati. Esse sono più spesso depresse, con un maggior numero di problemi a livello psicosomatico e di tentativi di suicidio.
    Nonostante questi dati allarmanti, essi non vengono presi in considerazione nella ricerca e nella pratica clinica ed i servizi socio-sanitari rispondono raramente in maniera positiva a queste donne. Secondo P. Romito (1999), generalmente si verificano le seguenti tre risposte negative: 1) minimizzazione o mancato riconoscimento della violenza; 2) risposta di rifiuto, per cui la violenza viene riconosciuta, ma tendendo a colpevolizzare la donna; 3) picologizzazione o psichiatrizzazione abusiva, per cui si dà una risposta psicologica quando la richiesta è di tipo medico, economico, ecc. oppure quando si utilizza quasi esclusivamente nel trattamento il modello psicoanalitico che, in questi casi, generalmente colpevolizza la donna.
    P. Romito (2002) ritiene necessari un sostegno ed un intervento positivo delle strutture socio-sanitarie per le donne vittime di violenza e suggerisce di:
    1) formare il personale sociale e sanitario sulla violenza;
    2) se il personale è formato, trattare questo tema con tutte le donne per far sì che queste ultime sappiano di poter affrontare quell?argomento con l?operatore;
    3) fornire materiale informativo all?interno dei servizi socio-sanitari;
    4) promuovere la ricerca.

    Conclusioni. In generale, si può affermare che non sono fortemente confermate le ipotesi genetiche, ormonali e psico-costituzionali, mentre lo sono quelle riferite ai fattori di ruolo, psico-sociali, di violenza.
    L?OMS ha segnalato tra i fattori responsabili della scarsa salute mentale delle donne, i seguenti:
    1) ruoli molteplici;
    2) discriminazioni di genere;
    3) sovraccarico lavorativo;
    4) violenza;
    5) fattori associati di povertà, fame, cattiva nutrizione. Inoltre, eventi di vita severi e frequenti sono predittivi della depressione, poiché determinano senso di inferiorità, di perdita e di umiliazione. L?OMS sottolinea come, a dispetto di quanto fatto fino ad ora, occorre concentrare lo studio e la ricerca sui fattori psicosociali piuttosto che su quelli collegati alla vita riproduttiva della donna.

    La donna e le relazioni di dipendenza come segnali di rischio di depressione

    La donna, durante la sua esistenza, vive degli eventi che possono costituire fattori di rischio per la depressione e, allo stesso tempo, generare una serie di sindromi legate a questo disturbo: sovraccarico di impegni che unisce famiglia e lavoro; senso di fallimento della realizzazione personale legata al rapporto con l?altro; isolamento sociale; mancanza di relazioni sociali; eventi stressanti e di perdita affettiva; dipendenza.
    In genere, la donna dipendente e passiva rinuncia a se stessa per gli altri, per cui:
    1) tende a sovrapporre gli interessi degli altri ai suoi;
    2) giudica se stessa in base al giudizio che ne danno gli altri;
    3) diminuisce gli spazi dedicati a sé, non manifestando i propri bisogni;
    4) non riconosce la sua stanchezza, sovraccaricando se stessa;
    5) assume atteggiamenti volti a soddisfare le esigenze degli altri e a negare le proprie, come ad esempio controllare l?aggressività e la rabbia, rinunciare al piacere personale, tollerare. La dipendenza può svilupparsi in diverse direzioni, rispetto:
    1) al partner;
    2) al lavoro familiare;
    3) al lavoro familiare, quando si affronta anche il lavoro esterno;
    4) alle attività concernenti le cure materne.
    Nel primo caso, la donna vive il rapporto con l?altro come elemento principale di realizzazione personale, chiudendosi ad altre relazioni. Ciò si manifesta attraverso l?interruzione di attività di studio o lavorative, la riduzione del numero di conoscenze e di amici e della frequenza degli incontri con loro, la rinuncia ai propri interessi per coltivare quelli del partner. Ciò determina una ricerca continua del partner ideale, la diminuzione delle attenzioni da parte dell?altro e, quindi, il maltrattamento e la perdita. Tutto questo viene accompagnato, oltre che dalla depressione, anche dall?ansia, dagli attacchi di panico, dalla perdita della stima di sé. Le relazioni dipendenti hanno come caratteristiche:
    1) isolamento della coppia;
    2) mancanza di un supporto esterno;
    3) ipercriticismo del partner;
    4) rinuncia a progetti personali;
    5) sopravvalutazione del partner dal quale dipende la gratificazione di quasi tutti i bisogni affettivi.
    Nel secondo caso, sono il lavoro familiare e le relazioni familiari a costituire lo scopo della vita della donna con un conseguente sovraccarico di lavoro, l?isolamento sociale, l?eccessiva cura della casa che comporta anche una mancanza di autonomia da parte degli altri membri e, nonostante ciò, le critiche da parte di questi ultimi sulla gestione del lavoro. Ciò determina una diminuzione dei rapporti al di fuori della famiglia ed una chiusura della casa al mondo esterno. Stress, ansia, attacchi di panico, rallentamento di alcune funzioni, perdita del piacere in riferimento alle attività svolte in casa, perdita della stima di sé accompagnano insieme alla depressione questa forma di dipendenza.
    Nel terzo caso, il lavoro esterno viene vissuto come un prolungamento di quello familiare a cui il primo viene subordinato. Tutto ciò si manifesta con il continuare a svolgere in casa tutte le mansioni che si svolgono anche in assenza di lavoro esterno e con un forte senso di colpa per i momenti di assenza da casa. Questo determina, oltre al sovraccarico lavorativo, delle conseguenze sul lavoro svolto all?esterno a causa delle assenze frequenti, un rendimento inferiore alle aspettative e la mancanza di condivisione delle iniziative di socializzazione sul posto di lavoro. La depressione accompagna questa dipendenza, insieme alla perdita della stime di sé per non riuscire a sostenere i due ruoli.
    Nel quarto caso, la donna pone al centro della sua vita la maternità, abbandonando o diminuendo qualsiasi altro progetto. Ciò si manifesta con la volontà di realizzare un modello perfetto di maternità, unita spesso alla mancanza di condivisione della responsabilità, e con l?abbandono di altri interessi o relazioni fino, a volte, del lavoro. Tutto ciò è accompagnato, oltre che dalla depressione, da stress, ansia, perdita della stima di sé, mancanza di sentimenti positivi nei confronti del neonato , verso il quale mancano i tempi per un rapporto che vada al di là delle ?cure?.
    In particolare, nel caso della maternità, la depressione costituirebbe una risposta patologica ad un cambiamento stressante nei confronti del quale non si hanno a disposizione conoscenze e strumenti di prevenzione. Di fatto, la maternità comporta sia un cambiamento oggettivo nella quotidianità a causa dell?incremento improvviso delle responsabilità e degli impegni, sia un cambiamento nella percezione di sé sia a livello cognitivo che emozionale: nel proprio sé rientra l?altro ed i bisogni di quest?ultimo saranno posti in primo piano.
    Per tutto ciò occorre:
    1) informare la donna sui rischi derivanti dal sovraccarico;
    2) fornirle dei supporti;
    3) aiutarla a ridurre le proprie aspettative.
    Anche nei casi di depressione post- partum si può parlare di un disturbo con un modello eziopatogenetico di tipo psicosociale, poiché, secondo Jeannette Milgrom e al. (2003), include:
    1) aspetti biologici, quali i cambiamenti neuroendocrini;
    2) aspetti personali, connessi con le esperienze di vita, familiari e con lo stile cognitivo;
    3) aspetti socioculturali, quali la mancanza di un sostegno adeguato e la presenza di credenze poco realistiche riguardanti la maternità collegata alla nascita del primo figlio. Per questo è necessario un intervento a livello di équipe che comprende lo psicologo, il ginecologo, il pediatra, il medico di base, l?infermiere, cioè tutti quegli operatori del settore materno infantile che possono individuare soggetti a rischio e che applichino un programma di intervento che consideri la madre, la relazione madre-figlio, il potenziamento delle reti di supporto familiare ed extrafamiliare.

    Strutture socio-sanitarie e prevenzione

    Nonostante il grave rischio dimostrato in relazione alla depressione tra le donne e la diffusione di questo disturbo psichico, in Italia e in Europa esso viene enormemente sottovalutato, come lo è anche il danno sociale che ne deriva. Ciò si evidenzia nella mancanza di organizzazione dei servizi pubblici che spesso non prendono in carico la salute del sesso femminile o il cui principale tipo di intervento si risolve in un?azione a livello medico-farmacologico, considerando, infatti, che le donne sono le maggiori consumatrici di psicofarmaci, soprattutto ansiolitici ed antidepressivi. Non sono, tuttavia, le donne a richiedere espressamente lo psicofarmaco, mentre preferirebbero un trattamento di tipo supportivo emotivo. In ogni caso, un?azione a livello farmacologico appare spesso l?unica proposta delle strutture e dei servizi socio-sanitari.
    Spesso, tali servizi presentano una maggiore presenza di uomini a livello gestionale e si rivolgono per lo più ai bisogni maschili, ignorando quasi quelli delle donne. Inoltre, non esistono piani di prevenzione rispetto a fattori di rischio quali la violenza sessuale e il carico di lavoro familiare e, più in generale, addirittura l?OMS, che denuncia l?incremento della depressione, non parla affatto delle implicazioni che quest?ultima può avere a livello femminile.
    Nei confronti di questo problema occorrerebbe, invece, mettere in atto iniziative e proposte a diversi livelli:
    1) raccolta dei dati epidemiologici e statistici sulla base di procedure che includano la differenza di genere come criterio fondamentale;
    2) ricerca sui fattori di rischio ed eziologici, cercando un raccordo tra i risultati riguardanti i diversi fattori spesso studiati separatamente;
    3) diagnostica;
    4) trattamento farmacologico;
    5) trattamento clinico, sia medico che psicologico, anche al fine di individuare operatori e servizi più appropriati per un intervento efficace; 6) prevenzione, attraverso la diffusione di informazione, la collaborazione di medici di base e specialisti anche di altro settore, la collaborazione di operatori scolastici e sociali, la diffusione di opuscoli informativi per le donne al fine di individuare i fattori di rischio.

    Bibliografia
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    Intervento

    Responsabile del Centro Antiviolenza della Provincia di Roma, Differenza Donna
    Ass. di donne contro la violenza alle donne


    "Recentemente, molti apologisti di questa tratta delle donne che noi chiamiamo prostituzione hanno rimesso in moto lo stanco meccanismo del doppio metro e hanno chiamato libertà sessuale questa schiavitù femminile. Questo per rovesciare la promessa della liberazione sessuale e ridurla alla triste licenza di sfruttare ulteriormente le donne".
    Dopo trent'anni, tornano tremendamente attuali le considerazioni della femminista americana Kate Millett (Prostituzione ? quartetto per voci femminili, pubblicato in Italia da Einaudi nel 1975).
    Dopo trent'anni nei quali il termine "tratta" ha perso ogni connotazione evocativa e simbolica, per designare uno dei crimini più infami contro i diritti umani di genere, da parte di molti si sostiene che la prostituzione sia un problema soltanto qualora diventi obiettivo di un'attività criminale, e viene percepita come grave solo in quanto forzata.
    Questo fuorvia e mistifica il ragionamento sulla prostituzione tout court. Fa sì che commentatori, politici, opinione pubblica considerino la tratta "il " problema, e che la prostituzione, che ne è il portato e lo scopo, appaia un' attività che, altrimenti concepita ed attuata, sarebbe legittima e "normale".
    Ciò fa sì che si continuino ad offrire al problema-prostituzione soluzioni che attengono esclusivamente alla pubblica sicurezza ed al decoro urbano, perpetuando il criterio della doppia morale tra uomini e donne.
    La prostituzione ha una valenza simbolica nel sociale, ha una funzione precisa, ha significati ed utilità che, nelle varie epoche, sono sempre rintracciabili. Fissa e conferma il concetto della superiorità dell'uomo sulla donna, e celebra l'irrefrenabilità del desiderio sessuale maschile, al servizio del quale vanno poste donne prostitute come vestali all'altare di un Dio.

    Ed è dunque inconcepibile che stenti tanto ad affermarsi un'ottica di genere su questo fenomeno, e che ci siano donne, anche attive in politica, ed operatrici nei vari progetti di accoglienza a donne vittime di tratta, che ritengano possibile considerare la prostituzione "un mestiere" in cui impiegare il corpo femminile come "risorsa", grazie ad una "libera scelta" che deriverebbe dalla raggiunta "emancipazione sessuale". Tutto ciò si può tuttavia spiegare con la tradizionale difficoltà delle donne a sviluppare i contenuti politici della solidarietà, in una società comunque plasmata su una presunta inferiorità femminile, che ha favorito piuttosto i sentimenti della rivalità e della competizione. Tranne notevolissime e rare eccezioni, le donne hanno guardato per secoli alle prostitute con un profondo sentimento di alterità da loro, quando non addirittura con un senso di ribrezzo.

    Quando la senatrice socialista Lina Merlin portava avanti la sua battaglia di civiltà per l'eliminazione del controllo statale sulla prostituzione, riceveva numerose lettere di critica ed aggressione dalle "signore per bene" che le ponevano questo quesito: con chi andranno i nostri figli se le case chiuse saranno abolite?
    Lina ricorda questi episodi con grande amarezza, e con un disappunto assai più grande di quanto non si percepisca nel ricordo di aggressioni e scherni da parte di uomini, che pure sono stati assai numerosi.
    "Non so se per ignoranza, o per ipocrisia, o cattiveria, parecchie signore bene ritengono che il mestiere non allegro di quelle disgraziate convenga ai loro interessi privati. (?) Una signora, intervenuta al dibattito in seguito a una mia conferenza, mi rivolse rabbiosamente una domanda: Ma io dove li mando i miei figli? Signora, risposi, è lei che li manda? Non saprei come consigliarla. Forse un modo ci sarebbe. Conosco altre signore che hanno la sua stessa preoccupazione. Perché non mette a disposizione dei loro figli le sue figliole e chiede il viceversa?"
    E' davvero costernante constatare come, tuttora, tante donne siano acquiescenti all'imperativo categorico del desiderio sessuale maschile, e si facciano esse stesse portavoce di una doppia morale a sfavore del genere delle donne.
    Con il neofemminismo, a metà del 1960, la risvegliata coscienza delle donne ha assunto la lotta per la liberazione sessuale quale primo obiettivo, provocando cambiamenti enormi nella morale, nel costume, nelle politiche.
    Fin dall'inizio, le femministe hanno individuato il tema della prostituzione come nodo centrale nella condizione femminile, e hanno cercato l'incontro con le prostitute nella logica della "sorellanza", categoria nuova dello stare fra donne, abbattendo gli steccati tra donne "per bene" e "per male" eretti nei secoli dalla cultura degli uomini.
    In America come in Europa, gli incontri non sono stati immediatamente idilliaci.
    Le prostitute sospettavano le femministe di intenti egemonici, didattici o pietistici. Le femministe si avvicinavano alle prostitute con grande buonafede e oscuri imbarazzi e timori.
    Poiché la pratica di quegli anni imponeva di "partire da sé", le femministe rintracciavano, nel loro privato, gli elementi che le ponevano in prossimità con la condizione inferiore delle prostitute.
    è di quegli anni il libro "Moglie e prostituta: due ruoli, una condizione", che esplicita un parallelismo che fu assunto come un assioma da gran parte del movimento.
    Nella urgenza femminista di ribaltare il valore sociale dell'ubbidienza e della sottomissione, le prostitute erano anche viste come "eroine" che praticavano coscientemente la loro attività come "devianza nella condizione femminile", come comportamento che si pone "contro lo stereotipo femminile tradizionale".
    L'urgenza di produrre pratiche e politica faceva sì che le femministe, considerate le "reprobe" della femminilità, volessero a tutti i costi trovare punti di contatto con le prostitute, che della femminilità più convenzionale, muta e arresa debbono, da secoli, rappresentare il modello.
    Questa impellenza di incontro non produsse mai una vera sinergia tra i due gruppi, che per di più si separarono di nuovo senza troppi rimpianti. Ma produsse, invece, grandi dissapori tra le femministe, alcune delle quali cominciarono ad affermare che la prostituzione potesse essere una libera scelta, che rende finalmente disponibile alle donne il proprio corpo, rendendolo risorsa nel mercato, e strumento di guadagno.
    In America, si è addirittura spaccato il movimento femminista tra favorevoli a prostituzione, pornografia, pedofilia come espressioni di libera scelta e le altre. A catalizzare i due estremi del dibattito ricordiamo Andrea Dworkin (autrice del libro "Pornography, men possessing women", contro le autrici del collettivo Samois, autrici del libro "Coming to power". Nella primavera del 2002, nel corso di una conferenza all'Università La Sapienza di Roma, Susan Brownmiller, autrice della prima ricerca organica sulla violenza contro le donne, ha dichiarato che questa perdita di coesione del movimento femminista ha portato una parte delle donne a condividere le opinioni "liberali" della classe medioalta americana, grande costruttrice del sistema patriarcale, proprio mentre era in atto uno sforzo imponente per metterlo in crisi e superarlo.
    In Italia, oggi, molti ancora affermano che la prostituzione possa essere mestiere e strumento di autodeterminazione.
    C'è qualcosa di antico, in questa affermazione. Anzi, di arcaico.
    C'è il presupposto di una naturale inclinazione delle donne verso la prostituzione, nonostante i grandi progressi compiuti sul piano del costume e delle libertà. Anzi, paradossalmente, proprio in virtù di questi.
    Come se una donna, poiché aspira a vivere il suo diritto a relazioni paritarie con gli uomini, fosse per questo "pronta" ad attraversare la prostituzione, che è la negazione stessa della parità.
    L'importante, per certa opinione pubblica, e per certi politici, è semmai che l'esercizio della prostituzione sia tenuto nascosto, e che le donne che la praticano siano recluse. In luoghi da dove sarebbe sicuramente difficilissimo per loro scappare dagli sfruttamenti e dagli abusi.
    Questo automatismo incomprensibile, che ribalta in "positività" e liceità le caratteristiche di un'attività da sempre connotata in negativo, finisce per scontrarsi con le sue stesse contraddizioni, e per scontare la mancata elaborazione dei temi che alla prostituzione sottendono. Farò un esempio.
    Vi siete mai chiesti perché, se una donna che ha denunciato il racket dei suoi sfruttatori, ed ha ottenuto un permesso di soggiorno per essere agevolata in un reintegro sociale in Italia, viene trovata a prostituirsi in maniera autonoma, è immediatamente privata del permesso ed espulsa? Vi siete mai chiesti perché nessuno trova niente da ridire?
    Perché questa donna, liberata dai suoi sfruttatori, e regolarizzata sul territorio, non può tranquillamente accedere all'esercizio della libera prostituzione, così come a qualsiasi altro esercizio di mestiere, come in questo Paese è possibile fare, in nome di una libertà di prostituirsi effettivamente contemplata dalla nostra giurisprudenza, e inoltre considerata da tanti opportunità per tutte le donne?

    La donna in esempio verrà espulsa, e nessuno, neanche l'associazione che ha preso in carico il suo caso, troverà, in questo, nulla di strano. I fantasmi evocati dalle prostitute sono ancora potenti, ed incutono ancora paura, e, più che mai, catalizzano incoerenze e danno corpo alle tante rappresentazioni delle inferiorità femminili che si sono stratificate nel corso dei secoli. All'uomo che ne è cliente, al contrario, nulla succederà di negativo. Cosa ha fatto, se non esercitare un potere che secoli di storia gli hanno consegnato?
    Per chi la pensa così, nulla è cambiato nel corpus sociale, le conquiste dei diritti delle donne non hanno intaccato la legge antica e gli antichi pregiudizi sulla superiorità "assiomatica" dei maschi sulle femmine, e le leggi sulle pari opportunità e sulle azioni positive sono soltanto simulacri vuoti e privi di senso.
    Io non ritengo che le multe ai clienti, le telecamere che diffondono in piazza le loro performances da gatti in calore, la publicizzazione delle targhe delle loro automobili, siano strumenti adeguati a veicolare una cultura nuova. Abbiamo visto che iniziative del genere provocano soltanto qualche momento di notorietà ai sindaci che le intraprendono, ed un coro quasi unanime di sdegno per la lesa privacy del cliente, degno comunque e sempre di essere tutelato.
    Altro è da farsi: minare alla base la definizione del cliente quale legittimo compratore di corpi, sollevare un clima critico verso il significato che questo "acquisto" ha assunto nella storia ed assume oggi. Veicolare un'interpretazione non conformistica della prostituzione come diritto degli uomini, equivale a cominciare a scalfire una cultura del disprezzo, e ad introdurre elementi capaci di provocare biasimo, e non acritica o cameratesca comprensione, sulla figura del cliente.

    è ora che si avvii un dibattito sereno sulla sessualità maschile, sulla liceità del desiderio di usufruire della prostituzione, sulla liceità della prostituzione, sulla compatibilità di quest'ultima con i diritti umani delle donne?
    La violenza contro le donne è ormai annoverata dai documenti internazionali delle più alte istituzioni tra le violazioni dei diritti umani.
    Stabilire il nesso tra violenza contro le donne e prostituzione delle donne equivale a promuovere un dibattito di altissimo livello.
    Ma c'è di più.
    Tutte le indagini sui clienti, e le nostre quotidiane esperienze di colloquio con giovani vittime della prostituzione coatta, rendono evidente che il cliente è colui che rifiuta la possibilità di una relazione paritaria con le donne.
    E quanto tutte le donne, e non solo le prostitute, siano coinvolte nell'immagine prostituita del femminile abbiamo visto in questa ricostruzione.
    Allora, occuparsi in questi termini del problema-prostituzione significa anche lavorare per favorire la diffusione sociale della cultura del rispetto e del riconoscimento di tutti gli esseri umani considerati come pari fra loro.
    Detto tutto questo, se una donna vuole prostituirsi è ovviamente liberissima di farlo.
    Purché lo Stato non intervenga, se non per aumentare strutture e sostegni da renderle disponibili se mai dovesse subire coercizioni, soprusi e violenze. Ipotesi, quest'ultima, che è piuttosto una certezza.

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